Meditazione “Chi sei tu?”

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da Carlson, Spina, 2010. Mindfulness Based Cancer Recovery. Oakland: New Harbinger Publications.

12278981_792650100881828_4189282995497490024_n “Questo esercizio ti aiuterà a diventare consapevole di come ciò che consideri fondamentale per definire il tuo posto nel mondo spesso è transitorio.

Prendi una posizione comoda e dignitosa, respira lentamente. Prendi un momento per sintonizzarti con il tuo respiro che scorre dentro e fuori il tuo corpo. Senti il ritmo. Inizia a sentire il tuo corpo come un tutto, che pulsa con ogni respiro dentro e fuori. Dopo pochi minuti, quando ti senti stabilizzata nel ritmo del tuo respiro, inizia a farti una serie di domande silenti su te stessa, così come sui tuoi averi: sono io quello che possiedo? Sono io definita dalla mia macchina, dalla mia casa, dai miei vestiti, dalle mie scarpe? Sono queste cose che mi rendono me?
Non puoi avere pronte le risposte a ognuna di queste domande, è importante che ti soffermi su queste domande e stia del tempo a respirare su ogni domanda. Dopo  chiediti, se io non sono queste cose, allora cosa sono? Di nuovo, non ci sono risposte immediate a queste domande. Puoi provare a sedersi e respirare con questa domanda.
Adesso dirigi la sua attenzione verso l’aspetto di te stessa al quale potresti essere più legata: sono io quello che faccio? Sono io definita dai ruoli che gioco nella vita? Sono io una madre, una moglie, una figlia, una sorella, il mio lavoro, una paziente con cancro o una sopravvissuta alla malattia?
Se non ha dei ruoli da giocare, cosa o chi vorresti essere allora? Sono io definita dalle mie personali caratteristiche come la mia personalità o cosa mi piace e cosa non? Posso definire me stessa a partire dai miei talenti? Sono io una cantante, una ballerina, una scrittrice? Una persona gentile o cinica, un’amante dei cani? Sono queste le cose che fanno me? Che cosa sarei se tutto ciò andasse perduto? Chi sarei allora?

Sono io questo corpo fisico? È questo corpo con il quale sono seduta adesso lo stesso con cui sono nata? Che cosa sarei se il mio corpo fosse radicalmente cambiato? Se io perdessi la mia vista, i mei capelli, la mia capacità di camminare o correre, sarei ancora io?
Sono io la mia mente, i miei pensieri? Questi pensieri senza fine che crescono e passano nella mia mente cosciente in modo costante, definiscono quello che io sono?
Che cosa sarei se tutto questo andasse via? Che cosa sarei io allora?
Resta seduta e respira lentamente, considera la possibilità che non sei nessuna di queste cose. Potresti essere qualcosa di più vasto, la tua essenza potrebbe essere un’altra connessione oltre il tuo corpo che abiti, i pensieri che ospita, quello che ti piace o non piace, i tuoi talenti e ruoli nella vita? Come ti sentiresti?
Può la tua identità realmente essere conosciuta senza sapere chi fossi prima di nascere e chi sarai dopo la morte? E può realmente la tua identità essere conosciuta nell’isolamento, disconnessa dai tuoi amici, famiglia, società e ambiente?
Potrebbe essere che tu sei una parte di un tutto, in connessione con l’universo, visto che tu esisti nello stesso momento in cui esistono altri esseri viventi. Pensa a come tu o un albero possiate essere connessi. La vita è in te, sia nell’albero, ed entrambi siete riscaldati dal sole, circondati dall’aria e sostenuti dalla terra.
Questo potrebbe non avere senso per te, ma va bene. Adesso continuia a stare seduta per più di 5 minuti con la possibilità che tu sia qualcosa di più di ogni caratteristica materiale o personale che possiedi, delle cose che cambiano giorno per giorno e anno per anno.”.

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Chi sono gli Asessuali?

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Esistono delle persone che non hanno una tendenza naturale al contatto sessuale con altre persone, queste persone sono caratterizzate dall’assenza di qualsiasi desiderio o interesse sessuale nei confronti di maschi o di femmine. Queste persone sono definite asessuali. Lo psicologo Bogaert (2004) ha intervistati 18000 persone, scoprendo che circa l’1% delle persone intervistate non avevano mai provato attrazione sessuale.
Secondo alcuni scienziati l’asessualità sarebbe un orientamento sessuale come gli altri, cioè non qualcosa di acquisito ma piuttosto una parte essenziale del corredo biologico di quella persona.
In realtà molti asessuali non hanno problemi ad avere rapporti sessuali, dal forum sul sito web AVEN emergono delle inclinazioni sessuali molto varie: alcuni si masturbano, altri no, alcuni hanno relazioni romantiche senza sesso altri hanno rapporti sessuali per soddisfare il partner ma non provano nessun piacere. Quello che li accomuna sembra essere un’eccitazione sessuale molto bassa o assente(Prause, Graham, 2007).

Il ruolo della famiglia nella prevenzione del suicidio in giovani LGBT

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E’ a conoscenza di tutti che le persone LGBT sono di frequente discriminate per il loro orientamento sessuale. Le ricerche suggeriscono che sono 10 volte più discriminate rispetto agli eteresosseuali attraverso insulti verbali, trattamenti diseguali, esclusione e a volte maltrattamento fisico. A discriminarli non è solo la società, ma anche la famiglia. I continui rifiuti generano una sofferenza psicologica, che può in alcuni casi spingere la persona LGBT al suicidio.
Studi effettuati hanno dimostrato che l’accettazione dell’orientamento sessuale da parte dei familiari è un fattore cruciale nel determinare la salute psicologica dell’adolescente e giovane adulto LGBT. L’accettazione familiare ha effetti positivi sull’autostima, protegge dall’abuso di sostanze, depressione e pensieri o atti suicidari.
Un progetto realizzato dall’Università di San Francisco fornisce ai genitori una serie di indicazioni sulle modalità per accettare e accogliere il loro figlio/a LGBT, di seguito elencate:
– parlare dell’ identità LGBT con il proprio figlio/a
– esprimere affetto quando comunica o il genitore capisce che è LGBT
– supportare la sua identità anche se è difficile accettarla per lo stesso genitore
– chiedere se è preso/a in giro o maltrattato/a per il suo orientamento sessuale
– chiedere a tutti i membri della famiglia di rispettarlo/a
– accompagnare il figlio/a in associazioni o eventi LGBT
– creare collegamenti con adulti LGBT che possano avere il ruolo di modelli e mostrare le opzioni future
– lavorare afffinchè la comunità di appartenenza accetti il figlio/a LGBT o trovarne una nuova che lo/a accetti per quello che è
– dare il benvenuto ad amici LGBT di tuo figlio/a e ad eventuali partner
– supportare l’espressione dell’orientamento sessuale
– credere che il figlio/a possa avere una vita felice da adulto LGBT

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Riferimenti:
– Ryan, C., et al. (2010) Family Acceptance in Adolescence and the Health of LGBT Young Adults. Journal of Child and Adolescent Psychiatric Nursing, 23(4), 205-213
– What can we do to prevent suicide among LGBT teens?
Family acceptance plays crucial role in LGBT health Post published by Elana Premack Sandler L.C.S.W., M.P.H on Dec 08, 2010 in Promoting Hope, Preventing Suicide

Disturbo dell’adattamento

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Il disturbo dell’adattamento è contraddistinto da una serie di sintomi, nella maggior parte dei casi transitori, di elevata intensità che denotano l’incapacità di un individuo di affrontare e superare uno o più eventi stressanti di vita (Maercker et al., 2007; Patra, Sarkar,2013).
I sintomi prevalenti variano in base al sottotipo clinico di appartenenza, il DSM-5 (APA, 2013) prevede il sottotipo con umore depresso, con ansia, con ansia e umore depresso misti, con alterazione della condotta, con alterazione mista dell’emotività e della condotta e non altrimenti specificato.
È un disturbo frequentemente diagnosticato ma poco indagato in letteratura (Carta et al., 2009).
La diagnosi di disturbo dell’adattamento è oggetto di controversia per una serie di motivazioni: la mancata specificità dei sintomi, la difficoltà a distinguere il confine tra un disturbo dell’adattamento e un’appropriata reazione allo stress, la sovrapposizione con altre diagnosi (Carta et al., 2009).
Il rischio è l’utilizzo di questa diagnosi come un raccoglitore di qualsiasi disagio psichico che non trovi altra collocazione (Grassi et al., 2003).
Tuttavia sono stati condotti studi che stabiliscono la validità della diagnosi di disturbo dell’adattamento, che sembra differenziarsi da altri disturbi (ad esempio, i disturbi dell’umore e i disturbi d’ansia) in una serie di parametri riferibili alla natura degli eventi stressanti, la qualità di vita e la durata del trattamento (Casey et al., 2001; Patra, Sarkar, 2013). Studi che hanno messo a confronto pazienti con diagnosi di disturbo d’adattamento con umore depresso e pazienti con disturbo depressivo maggiore, hanno riscontrato nei primi la presenza di sintomi meno severi, maggiore qualità di vita, più rapida remissione dei sintomi a seguito di un trattamento e meno ricadute rispetto ai pazienti con depressione maggiore (Snyder et al., 1990; Jones et al., 2002). La percezione personale dello stress sarebbe più intensa alla presenza di un disturbo d’adattamento con ansia se confrontata con pazienti affetti da disturbi d’ansia (Patra, Sarkar, 2013).
Una caratteristica distintiva del disturbo d’adattamento è che può essere diagnosticato solo alla presenza di un evento stressante, tale evento deve essere esterno e verificarsi in prossimità della comparsa dei sintomi, entro i tre mesi (Casey, Bailey, 2011).
Gli eventi stressanti che causano il disturbo d’adattamento possono essere di diversa natura, ad esempio nell’età adulta: la fine di una relazione, la perdita di un lavoro o correlate difficoltà, bancarotta, cambiamenti indesiderati, diagnosi di una malattia medica (Carta et al., 2009).
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Cancro: adattamento psicologico alla malattia

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Durante la fase in cui l’individuo si trova ad affrontare le variazioni nella sua esistenza determinate dal cancro e dalle cure per trattarlo, è possibile individuare alcune aree fondamentali su cui intervenire per permettere un miglior adattamento alla malattia (Carlson, Speca, 2010):
 L’accettazione del nuovo corpo modificato dalle cure mediche e la sua integrazione in un’immagine positiva di sé. Ad esempio, la perdita dei capelli è uno degli aspetti che maggiormente identifica i malati di cancro, non da più la possibilità di nascondersi agli altri. Soprattutto per le donne significa perdere un forte aspetto che denota la propria femminilità, guardarsi allo specchio e non vedersi più i capelli porta spesso a non riconoscersi e a chiedersi: chi sono adesso, sono un qualsiasi paziente ammalato di cancro?
 Identificare ciò che è stato irrevocabilmente alterato o perduto ed elaborare la perdita. Attraversare l’elaborazione del lutto per la vita che una volta l’individuo aveva, viene aiutato a prendere atto del fatto che non sarà più la stessa e che questo non significa che sarà inesorabilmente peggiore.
 Ridefinire nuove priorità. La malattia può portare alla messa in discussione dei propri valori e obiettivi, richiedendo di stabilire una nuova scala di priorità.
 Esplorare le proprie esperienze ed esprimere le emozioni.
Quest’aspetto è molto importante, è stato individuato che più si reprime quello che si prova più le emozioni tendono a diventare ingestibili determinando ansia e depressione (Classen al., 1996).

Su questi aspetti si può intervenire attraverso diversi approcci, tra cui:

 Terapia cognitivo comportamentale
 Terapia metacognitiva
 Trattamenti terapeutici basati sulla mindfulness

Quadro sintomatologico della Depressione Maggiore

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La depressione maggiore è un disturbo mentale caratterizzato da alterazioni negli affetti e umore (tristezza o irritabilità), nelle funzioni neurovegetative (disturbi del sonno e dell’appetito), a livello cognitivo (attribuzione di colpa inappropriata e sentimenti di inutilità) e nell’attività psicomotoria (agitazione o rallentamento) che sono presenti per un periodo di almeno due settimane.
Nella maggior parte dei casi i primi sintomi riportati da chi soffre di depressione maggiore sono la stanchezza, il calo di energia e l’insonnia (sono più frequenti l’insonnia centrale e terminale), di solito i disturbi psicomotori sono meno comuni ma sono indicativi di una maggiore severità così come la presenza di deliri di colpa.
In alcuni individui è presente una riduzione significativa, rispetto al periodo precedente, dell’interesse o desiderio sessuale ( APA, 2013; Fava, Kendler, 2000).
Il senso di svalutazione o di colpa associato a un episodio depressivo può includere valutazioni negative non realistiche di valore o colpa, preoccupazione o ruminazione su errori minori commessi nel passato. Tali individui spesso interpretano un evento neutro o banale come prova di difetti personali e hanno un esagerato senso di responsabilità per gli eventi spiacevoli. Il senso di svalutazione o di colpa può assumere proporzioni deliranti, come essere convinti di essere personalmente responsabili dei mali nel mondo. Molti individui riferiscono una ridotta capacità di pensare, concentrarsi o prendere addirittura decisioni poco importanti. Possono apparire facilmente distratti o si lamentano delle difficoltà di memoria. Sono molto comuni i pensieri di morte, l’ideazione suicidaria o tentativi di suicidio. Essi possono variare da un desiderio passivo di non svegliarsi la mattina alla convinzione che gli altri starebbero meglio senza di loro, a transitori pensieri ricorrenti di commettere un suicidio, fino a un piano di suicidio (APA, 2013).

Psicoterapia e modificazioni nelle aree cerebrali

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Per valutare l’efficacia delle tecniche psicoterapeute, un filone di ricerca ha indagato gli effetti della psicoterapia sulle attività delle diverse aree cerebrali confrontandoli con gli effetti determinati da interventi farmacologici (Beauregard, 2009; Lin¬den, 2006; Roffman et al., 2005). Attraverso la neuroimaging funzionale è possibile valutare l’attività metabolica delle diverse aree cerebrali, prima e dopo la partecipazione del paziente a protocolli di psicoterapia strutturati e standardizzati in modo tale che vi sia la minima interferenza di variabili soggettive. Nel caso della depressione maggiore le aree cerebrali coinvolte sembrano essere la corteccia prefrontale ed il sistema limbico, che presenterebbero ad esami di neuroimaging anomalie strutturali e funzionali, che sarebbero alla base dei sintomi di questo disturbo (Kwaasteniet et al., 2013).
Diversi studi (Goldapple et al., 2004, Kennedy et al., 2007; Mundo, 2009) hanno evidenziato che la Terapia cognitivo comportamentale (TCC) ha l’effetto di normalizzare e modificare l’attività di queste aree cerebrali coinvolte nella patogenesi dei disturbi depressivi. Tale effetto combacia con il miglioramento clinico e con gli interventi farmacologici indicati per il disturbo, suggerendo che la TCC avrebbe un effetto neurobiologico specifico. I limiti di questo filone di ricerche sono l’esclusione spesso di variabili soggettive che possono avere un ruolo determinante nel cambiamento clinico.
Altri studi di neuroimaging hanno mostrato che la pratica della mindfulness attiva la corteccia prefrontale e la corteccia cingolata anteriore, a lungo termine è associata con un accrescimento delle aree cerebrali correlate all’attenzione (Rubia, 2009; Chiesa, Serretti, 2010; Green, Turner, 2010).

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Disturbo Ossessivo Compulsivo e comportamenti ripetitivi

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Chi è affetto da disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è sopraffatto dalla voglia di impegnarsi in abitudini improduttive, come lavaggi eccessivi o comportamenti di controllo.
Pur riconoscendo questi comportamenti come irrazionali, si rimane intrappolati in un ciclo di compulsioni che rendono la vita difficile. Studi precedenti hanno trovato che chi soffre di DOC presenta anomalie in due diversi sistemi cerebrali-un circuito responsabile nel creare abitudini e l’altro che svolge il ruolo di controllore. Non è chiaro se le anomalie cerebrali creano l’abitudine o è invece l’azione di fare più e più volte la stessa cosa che crea le anomalie nel circuito. Per approfondire quest’aspetto, un gruppo di ricercatori (Gillan et al., 2011) hanno monitorato le persone che formano nuove abitudini.
I sistemi cerebrali di 37 persone che soffrono di DOC e 33 persone senza DOC sono stati osservati mentre le persone imparavano a evitare una leggera scossa premendo un pedale.
Premere il pedale era diventata un’abitudine per tutti ma solo le persone con DOC hanno continuato a premere anche quando la minaccia era finita. A livello cerebrale quest’ultimi presentano un’attività anormale nelle regioni deputate alla vigilanza e coinvolti nel comportamento orientato all’obiettivo ma non erano presenti anomalie nei circuiti responsabili della formazione delle abitudini.
questo studio suggerisce che chi soffre di doc potrebbe essere aiutato con training cognitivi che rompano i comportamenti abituali non più orientati ad un obiettivo. Esponendosi ad una situazione che determina un comportamento ripetitivo ed allenandosi a rompere l’azione si può modificare l’abitudine che è diventata11053876_683574901789349_990880602813494784_o (1) un lapsus biologico.

Gillan, C. M., Papmeyer, M., Morein-Zamir, S., Sahakian, B. J., Fineberg, N. A., Robbins, T. W., de Wit, S. (2011). Disrupted balance between goal-directed behavior versus habit learning in obsessive-compulsive disorder. American Journal of Psychiatry, 168(7), 718-26.

LGBT e rischio di comportamenti suicidari

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Una ricerca di Buffoli e Colucci (2014)ha indagato i comportamenti suicidari in un campione di 720 giovani dai 18-24 anni gay lesbiche e bisessuali. L’80% del campione ha riferito di aver avuto nel corso della vita pensieri suicidari, il 20% ha riportato uno o più tentativi di suicidio. La motivazione preponderante che li aveva indotti a pensieri e/o atti suicidari è di natura relazionale, in particolare la solitudine.
Gli stessi suggeriscono come strategie di prevenzione la promozione al cambiamento nei comportamenti sociali (es. leggi contro la discriminazione) e la modificazione degli stereotipi (es. educazione in ambito scolastico riguardo l’orientamento sessuale). I bisessuali sembrano condividere gli stessi fattori di rischio degli omosessuali.

fonte: Esplorando il significato di suicidio nei giovani gay, lesbiche e bisessuali
A. Buffoli, E. Colucci (2014) Psichiatria e Psicoterapia culturale vol. II, n.1, ISNN: 2283-8961

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